La Lega, il Nord torna a chiedere spazio. E la storia fa un brutto scherzo

di Marco Gindari

Dentro la Lega qualcosa si sta muovendo. Ridurre tutto a uno scontro personale tra Matteo Salvini e Massimiliano Romeo sarebbe però probabilmente il modo più semplice per non comprendere fino in fondo ciò che sta accadendo. Da settimane Romeo e Attilio Fontana insistono su alcuni concetti precisi: maggiore collegialità nella guida del movimento, più peso agli amministratori, recupero del rapporto con il Nord e con quei territori nei quali la Lega è nata. Romeo continua a precisare che l’obiettivo non è costruire un’altra Lega e neppure semplicemente sostituire Salvini, ma modificare il funzionamento del partito e riequilibrare il rapporto tra centro e territori. A Pontida lo ha ribadito ancora una volta, parlando di una Lega unica organizzata come confederazione, capace di tenere insieme Nord, Centro e Sud e di recuperare il concetto di “sindacato del territorio”.

Il primo momento nel quale questo malessere è diventato evidente anche fuori dai circuiti interni è stato l’incontro di Alzano Lombardo per la presentazione di Fare la Lega. Agenda per il rinnovamento, il libro di Massimiliano Romeo. Romeo e Fontana sono stati accolti da una platea numerosa e da uno striscione di sostegno. Romeo ha rivendicato il diritto di avanzare proposte senza che queste vengano automaticamente interpretate come una sfida personale al segretario. Fontana, a sua volta, ha difeso la possibilità di discutere della linea politica del movimento. In quelle stesse settimane erano circolate anche indiscrezioni su una possibile sostituzione di Romeo alla guida del gruppo del Senato, indiscrezioni che Romeo aveva detto di conoscere soltanto attraverso i giornali.

È proprio qui che emerge forse il problema più interessante: una discussione sull’organizzazione, sull’identità e sul futuro del movimento rischia continuamente di essere trasformata nella domanda più semplice possibile (sei con Salvini o sei contro Salvini?). Una parte della base più vicina al segretario ha scelto non a caso uno slogan altrettanto diretto (Io sto con Matteo). È una risposta legittima nel confronto interno, ma racconta anche quanto la discussione sulla Lega sia diventata, nel corso degli anni, una discussione sulla figura del suo leader.

Poi è arrivata Lazzate. Il 16 settembre Romeo ha presentato nuovamente il suo libro insieme ad Attilio Fontana nell’Arengario Carlo Cattaneo. L’appuntamento era promosso dall’Associazione Amici di Cesarino e moderato da Marco Pirola. La sala, con circa trecento posti, si è riempita al punto che gli accessi sono stati bloccati per ragioni di capienza e sicurezza. Gli organizzatori hanno insistito sul carattere dell’iniziativa: non una manifestazione contro qualcuno, ma un momento dedicato alla storia della Lega, al territorio e anche alla memoria di Cesarino Monti.

All’esterno si è presentato anche un gruppo di militanti più vicino a Salvini, guidato dal deputato Eugenio Zoffili e riconoscibile dalle magliette “Io sto con Matteo”. Zoffili ha successivamente denunciato di non essere stato fatto entrare. Gli organizzatori hanno replicato che le persone rimaste fuori non erano accreditate, mentre altre ricostruzioni hanno sottolineato che la sala era già arrivata alla capienza massima. È giusto riportare entrambe le versioni. Ma anche quell’episodio ha finito per trasformarsi immediatamente in una rappresentazione plastica della tensione interna: dentro Romeo e Fontana a parlare di territorio e rinnovamento, fuori i sostenitori del segretario a manifestare il proprio appoggio a Salvini.

Per comprendere Lazzate, però, bisogna andare oltre quella porta rimasta chiusa. Quella serata non nasceva soltanto come appuntamento politico. L’Associazione Amici di Cesarino è legata alla memoria di Cesarino Monti e l’incontro è iniziato proprio ricordandone la figura, la storia amministrativa e il rapporto con la Lega delle origini. La serata ha quindi intrecciato memoria, militanza e riflessione sul futuro del movimento.

Ed è proprio in quel momento che è riemersa una pagina della storia leghista che molti probabilmente non conoscono. Bisogna tornare al 2 giugno 2012, quando Cesarino Monti sfidò Matteo Salvini per la segreteria della Lega Lombarda. Salvini vinse nettamente. Ma quel congresso ebbe anche momenti di fortissima tensione. A raccontarli a Lazzate è stato Luca Monti (figlio di Cesarino e vicepresidente dell’Associazione Amici di Cesarino).

Luca Monti non si è limitato a ricordare genericamente che il padre venne contestato. Ha raccontato di aver assistito a un gruppo di militanti che cercava di impedirgli di parlare attraverso urla, fischi e offese, fino all’espressione “devi morire”. Poi ha mostrato fisicamente un fischietto. Lo ha indicato come il simbolo di ciò che aveva visto in quel congresso: uno strumento utilizzato, nel suo racconto, per coprire la voce di Cesarino e impedirgli di parlare invece di confrontarsi con lui. Cesarino Monti sarebbe poi scomparso poche settimane più tardi. Il punto non è costruire collegamenti impropri tra i due fatti, ma comprendere quanto quella scena sia rimasta impressa nella memoria di chi era presente e, soprattutto, di suo figlio.

Il fischietto mostrato a Lazzate assume così un significato che va oltre l’oggetto. Rappresenta, nel racconto di Luca Monti, il momento nel quale la dialettica interna cessa di essere confronto e diventa tentativo di impedire all’altro di esprimersi. È proprio qui che l’episodio del 2012 entra nella discussione del 2026: non per stabilire chi avesse ragione allora, né per attribuire a chi sostiene Salvini oggi responsabilità per ciò che fecero singoli militanti quattordici anni fa, ma per ricordare che una comunità politica può discutere duramente senza trasformare chi dissente in un nemico.

E proprio per questo ciò che è accaduto a Pontida produce una coincidenza difficile da non notare. Durante l’intervento di Romeo si sono sovrapposti cori per Romeo e cori per Matteo Salvini, mentre nel pratone sono comparsi nuovamente dei fischietti utilizzati per rendere più rumorosa la contestazione. Non c’è alcun elemento per sostenere che esista un collegamento intenzionale con ciò che Luca Monti aveva raccontato pochi giorni prima a Lazzate, né che chi li distribuiva conoscesse quella storia. Ma, dopo aver visto Luca mostrare il fischietto come simbolo della contestazione subita dal padre nel 2012, rivedere dei fischietti comparire nel 2026 durante l’intervento di Romeo produce inevitabilmente una singolare eco.

Pontida ha comunque chiarito una cosa: il confronto non può più essere considerato soltanto un malumore circoscritto a qualche dirigente. Sullo stesso pratone erano visibili magliette “Io sto con Matteo”, militanti legati alla vecchia identità nordista, striscioni per Romeo e Fontana e cori contrapposti. Romeo ha reagito evitando lo scontro personale e insistendo ancora sul concetto di squadra, sulla collegialità e sulla condivisione delle responsabilità.

Salvini ha risposto annunciando l’intenzione di proporre per ottobre un congresso straordinario della Lega, dichiarando di voler tornare davanti ai delegati per verificare direttamente la fiducia nei suoi confronti e poi procedere uniti e compatti. È quindi possibile che una discussione nata come confronto politico sui territori trovi ora una sede congressuale formale.

C’è però una provocazione che prima o poi il movimento dovrà affrontare anche sul piano simbolico. Il partito si chiama ufficialmente Lega per Salvini Premier. Non è una definizione giornalistica, ma la denominazione contenuta nello statuto. Nello stesso statuto, tuttavia, la Lega viene definita un movimento politico confederale.

La domanda viene quindi quasi spontanea: quanto può diventare realmente impersonale un movimento che porta nel proprio nome quello del suo segretario? Immaginare una ipotetica “Forza Berlusconi per l’Italia” guidata oggi da un successore produrrebbe inevitabilmente una curiosa contraddizione. Non significa concludere che Salvini debba lasciare la segreteria. Significa semplicemente osservare quanto profondamente il nome e l’identità della Lega siano stati legati, nell’ultimo decennio, alla figura del suo leader.

Ma la parte forse più curiosa arriva dalla storia. La Lega moderna ha costruito una parte fondamentale della propria simbologia sulla Lega Lombarda medievale: Pontida, Legnano, Alberto da Giussano, i Comuni che difendono le proprie libertà contro Federico Barbarossa. Come tutti i miti politici, anche questo parte da eventi reali e li trasforma in una narrazione molto più lineare di quanto fosse la storia.

Perché prima che il grande nemico diventasse l’imperatore, per diversi Comuni lombardi il problema era proprio Milano.

Tra XI e XII secolo Milano aveva perseguito una politica di espansione economica e territoriale combattendo contro le città circostanti. Lodi venne distrutta dai milanesi. Como combatté contro Milano e venne distrutta nel 1127. Quando Federico Barbarossa intervenne nell’Italia settentrionale, quindi, alcune città non lo considerarono inizialmente il nemico dal quale liberarsi, ma un possibile contrappeso alla potenza milanese. Lodi venne ricostruita grazie all’intervento di Federico e nel 1162 Lodigiani, Pavesi e Comaschi parteciparono alla distruzione di Milano.

Poi accadde qualcosa di storicamente molto più interessante della leggenda. Le pretese imperiali sulle autonomie comunali cambiarono progressivamente gli equilibri. Città che erano state avversarie di Milano finirono per percepire nell’imperatore un problema comune. Lodi (che era stata filoimperiale e aveva partecipato alla distruzione di Milano) entrò nella Lega Lombarda. Anche altre realtà che avevano avuto rapporti conflittuali con Milano finirono, con il mutare delle circostanze, dentro la stessa coalizione. Le vecchie rivalità vennero progressivamente superate e Milano divenne uno dei principali centri politici della Lega.

Ed è qui che nasce la piccola beffa storica che rende particolarmente curioso ciò che sta accadendo oggi. La Lega politica nata nel Novecento ha scelto proprio quella coalizione medievale come simbolo dell’autonomia dei territori contro il centralismo. Ma dentro la storia autentica di quella Lega esisteva già una tensione che il mito ha lasciato quasi completamente sullo sfondo: diversi territori lombardi diffidavano profondamente di Milano (alcuni al punto da preferire inizialmente l’imperatore alla sua espansione). Poi, mutate le condizioni, finirono tutti nella stessa coalizione nella quale Milano tornò inevitabilmente ad avere un ruolo centrale.

Quasi novecento anni dopo, naturalmente, nessuno sta ripetendo il XII secolo. Matteo Salvini non è Federico Barbarossa, Massimiliano Romeo non rappresenta un Comune medievale e nessuno sta assediando Milano. Il parallelismo deve fermarsi molto prima di diventare caricatura. Ma proprio per questo la coincidenza geografica e politica conserva una certa ironia.

La Lega moderna ha preso come propria leggenda fondativa una coalizione costruita anche superando la diffidenza dei territori nei confronti di Milano. Oggi una parte importante della discussione interna torna ad arrivare dalla Brianza, dalla Bergamasca e più in generale da quei territori settentrionali che chiedono maggiore autonomia, maggiore collegialità e maggiore capacità di decidere. Dall’altra parte c’è un partito nazionale che negli ultimi anni si è identificato fortemente con Matteo Salvini (milanese), fino a inserirne il nome nella denominazione stessa del movimento.

Non significa che esista una “Milano contro la Lombardia”. Sarebbe storicamente e politicamente troppo semplice. Ma il paradosso rimane suggestivo: quella Lega che per decenni ha raccontato la libertà dei territori attraverso il mito della Lega Lombarda si trova oggi a discutere, al proprio interno, proprio di quanto potere debba avere il centro e di quanta autonomia debbano conservare i territori.

Ed ecco allora la vera beffa. Prima della Lega Lombarda medievale alcuni Comuni cercavano nell’imperatore una protezione dalla potenza di Milano. Poi entrarono insieme a Milano nella stessa Lega e Milano ne divenne uno dei principali centri politici. 

La Lega moderna ha preso quella storia, l’ha semplificata, l’ha trasformata in simbolo e l’ha tramandata per quarant’anni.

Ora rischia quasi di ritrovarsela davanti.

Non più Milano contro Barbarossa.

Non più i Comuni contro l’Impero.

Ma ancora, in una forma completamente diversa, Milano e ciò che sta fuori Milano chiamati a decidere come stare dentro la stessa Lega