Lega di lotta e di governo ? Alcune riflessioni militanti
di Il Mili(tan)te Ignoto
Il Nord chiedeva una ragione per continuare a crederci. Una parte dell’apparato sembrava soprattutto preoccupata di conservare il proprio presente. Per cambiare davvero servono regole che rendano il partito meno dipendente dal capo e i suoi dirigenti meno dipendenti dagli incarichi.
Un congresso dovrebbe interrogare chi guida il partito. Quello della Lega ha finito troppo spesso per interrogare chi aveva osato metterne in discussione la direzione. Il trattamento riservato a Massimiliano Romeo ha riassunto il paradosso: prima di parlare degli elettori che non votano più Lega, occorreva quasi dimostrare di essere sufficientemente riconoscenti al segretario. Chi chiedeva di affrontare il problema diventava lui stesso il problema. È qui che il congresso ha assunto i contorni della farsa, per scivolare nella rappresentazione di un teatro provinciale: grandi dichiarazioni di unità, piccoli regolamenti di conti.
Dentro quella sala c’era una parte del popolo leghista settentrionale ancora disposta a dare al movimento un’altra possibilità. Non chiedeva una commemorazione delle origini, ma che la questione settentrionale tornasse a orientare le scelte. Di fronte trovava una classe dirigente cresciuta nell’espansione nazionale, con altre priorità territoriali e un rapporto spesso personale con chi ne aveva promosso il percorso. Rivendicare le esigenze meridionali appariva legittimo; chiedere di recuperare la rappresentanza del Nord esponeva all’accusa di nostalgia, divisionismo o ricerca di posti. Una predica che richiederebbe almeno un po’ di pudore da parte di chi vive di politica da anni e ha fatto degli incarichi il proprio sostentamento. Davvero il problema sono sempre le poltrone che cercherebbero gli altri, mai quelle che si vuole continuare a occupare?
Lo scontro fra Roberto Marti e Attilio Fontana ha reso esplicita la frattura. «State attenti a non prendere meno voti di noi alle prossime politiche», ha provocato il commissario pugliese. «Al Nord di voti ne prenderemo molti più che al Sud», ha replicato il governatore lombardo. Il federalismo ridotto a una gara fra territori, anziché diventare il metodo per rappresentarne le diverse esigenze.
Il «Lo devo tutto esclusivamente a te» pronunciato da Durigon, riferendosi al proprio percorso politico, è il riassunto involontario di un altro equivoco. La gratitudine personale può essere comprensibile; quando prende il posto dell’argomento politico assume i toni del servilismo. E questa logica non appartiene soltanto al Sud. Il nodo è il rapporto fra chi distribuisce opportunità e chi deve confermarne la guida: quanto è libero di chiedere un cambiamento chi teme di perdere, insieme al capo, anche il proprio posto?
Garavaglia ha provato a delineare una visione della Lega; Salvini ha sovrapposto il bilancio della segreteria ai risultati del governo, proiettando slide sugli aumenti di spesa di alcuni ministeri dal 2013 a oggi. Ma in quella sede rispondeva come segretario, non come ministro: opere e provvedimenti, anche meritori, non spiegano la perdita di identità e consenso del partito. Né spendere di più dimostra automaticamente di fare meglio: senza considerare quanto degli aumenti sia stato assorbito dai rincari e quali servizi siano migliorati, quelle cifre non bastano a dimostrare un progresso reale. Un buon bilancio ministeriale non è una risposta alla crisi politica della Lega.
La stessa confusione accompagna il nuovo simbolo. «Lega Italia federale» fu utilizzata negli anni Novanta per cercare consensi nel Centro-Sud, mentre il movimento rimaneva Lega Nord e al Nord continuava a presentarsi come tale. Bossi cercava un’espansione elettorale: non stava compiendo la stessa operazione proposta oggi. Recuperare una sua idea fuori dal contesto non basta a renderla coerente con qualsiasi scelta successiva. “Lo aveva fatto Bossi” non è un programma politico.
Soprattutto, simbolo e denominazione del partito non sono la stessa cosa. Togliere il nome di Salvini dal contrassegno non equivale a cambiare la denominazione «Lega per Salvini Premier», né tantomeno a modificarne i rapporti di potere. Il federalismo non si misura nella scritta sotto Alberto da Giussano, ma nell’autonomia riconosciuta ai territori.
E Berlinguer? Evocarlo per contrapporlo alla sinistra attuale può produrre l’effetto desiderato sulla platea, ma che cosa aggiunge alle risposte che la Lega deve dare su sé stessa? Un nome prestigioso non sostituisce un ragionamento. Come non lo sostituisce il vittimismo verso la stampa: tenere i giornalisti lontani per non «inquinare delegati e militanti» significa rappresentare il confronto esterno come una contaminazione. Un leader può essere criticato senza essere perseguitato; un militante può leggere un giornale senza tradire la propria comunità.
Se questa è la diagnosi, però, limitarsi alla denuncia non basta. La nuova segreteria politica, con componenti nominati e revocabili dal segretario, può migliorare l’organizzazione, ma non costituisce un vero contrappeso. Condividere il lavoro non significa necessariamente condividere il potere.
Neppure le mozioni programmatiche vanno confuse con una riforma del partito. L’entusiasmo di chi propone tasse ridotte ai giovani dipendenti non esonera dal discutere coperture, funzionamento e conseguenze fiscali: altrimenti resta uno slogan. Ma il problema congressuale è un altro: chi decide, da chi dipende e a chi risponde? Una riforma vera dovrebbe affrontarlo in tre passaggi.
Il primo è restituire ai militanti l’elezione del segretario. A votarlo dovrebbero essere esclusivamente delegati eletti dalla base, escludendo dalla platea votante chi occupa incarichi politici o istituzionali retribuiti ottenuti attraverso le scelte del vertice. Non basterebbe eliminare qualche automatismo formale: bisognerebbe interrompere il circuito fra chi decide candidature e nomine e chi ne riconferma il potere. La guida dovrebbe dipendere dalla fiducia dei militanti, non dal peso congressuale delle posizioni che contribuisce ad assegnare.
Il secondo è rendere economicamente indipendente chi si candida. A ogni livello, dal Comune al Parlamento, la selezione dovrebbe richiedere una storia lavorativa e un mezzo di sostentamento autonomo dagli incarichi politici. Non una selezione per ricchezza, ma una garanzia di indipendenza: persone capaci di vivere anche fuori dal partito e di tornare alla propria attività. Il problema non è percepire un’indennità per il lavoro istituzionale; è non potersi più permettere di perderla. Quando la ricandidatura diventa una necessità economica, la libertà di giudizio rischia di trasformarsi in obbedienza.
Il terzo è rinunciare, sul piano nazionale, alla corsa ai ministeri e concentrare la forza nel Parlamento. È la scelta più radicale: una Lega che non partecipi all’esecutivo, ma valuti leggi ed emendamenti sulla base degli interessi dei territori rappresentati. Sostenerli quando producono vantaggi, contrastarli quando li danneggiano, anche attraverso l’ostruzionismo consentito dai regolamenti. Senza fingere che pochi parlamentari abbiano un veto automatico, ma senza confondere il peso politico con il numero dei posti al governo.
Dalle rappresentanze autonomiste alpine basterebbe recuperare un criterio: far pesare anche piccoli numeri parlamentari per ottenere risultati per il territorio. Entrare nell’esecutivo non dovrebbe essere il premio finale, soprattutto quando i compromessi di governo finiscono per mettere in secondo piano le ragioni per cui si è stati eletti.
Queste sarebbero riforme capaci di cambiare gli equilibri, non soltanto l’organigramma: meno dipendenza dal segretario, meno dipendenza economica dagli incarichi, meno subordinazione alla permanenza al governo.
Il politico più pericoloso è quello che finisce per vivere del partito anziché per il partito. Una riforma seria dovrebbe rendere questa condizione più difficile, non proteggerla sotto la parola “unità”. Altrimenti il congresso resta una recita nella quale l’apparato conferma sé stesso, mentre il Nord continua ad aspettare una ragione per crederci.




