Enrico Pedenovi, la genesi del terrore

Ancora una volta rileggere pagine di storia – anche se abbastanza recente – ci fa
guardare con occhi diversi il presente. Siamo a metà degli anni ’70, quindi mezzo secolo
fa. L’Italia ormai un quinquennio è percorsa da un continuo fremito di proteste e di violenze
che nessuno pensa di contrastare. Si è iniziato con il 68 degli studenti contestatori, si è
proseguito con l’“autunno caldo” sindacale, poi le bombe… Piazza Fontana è la prima,
quindi il miliardario anarchico Feltrinelli che salta in aria su un traliccio e, ancora, piazza
della Loggia Brescia. Nel mezzo, uno stillicidio giornaliero di aggressioni, occupazioni,
devastazioni, pestaggi.
Ma non basta. Nel 1973 nascono le Brigate Rosse e il loro battesimo del fuoco lo hanno a
Padava uccidendo a sangue freddo due aderenti del Movimento Sociale, nella sede di via
Zabarella… Così, dopo quelli di spranga, si entra negli “anni di piombo”.
A Milano, il 1973 sancisce anche la nascita ufficiale del “antifascismo militante”, ovvero
della strategia messa in atto dai gruppi paramilitari (i “servizi d’ordine”) di tutte le
organizzazioni di estrema sinistra di “cuccare” i nemici politici, ovvero aggredirli in 10
contro uno lasciandoli in fin di vita sul marciapiede. L’obiettivo dichiarato è quello di
“espellere i fascisti” (chiunque non pensa come loro) dalle scuole, dai posti di lavoro e, se
del caso, anche dalla vita stessa.
È ciò che accade a Sergio Ramelli, studente di 18 anni aggredito sotto casa a colpi di
chiave inglese. Morirà dopo 47 giorni di agonia, ma serviranno 10 anni per trovare i suoi
assassini e scoprire così che di casi analoghi, ovvero di aggressioni con lesioni gravi o
gravissime, nella solo Milano, ne furono documentate 130.
Era la primavera del 1975, ma quel morto non bastava. Ormai, nelle formazioni della
sinistra estrema (con appoggi nel PCI e nei sindacati) era maturata una “certezza
d’impunità” (saranno i magistrati a usare questa definizione). Mai nessuna inchiesta, mai
nessun arresto, mai nessuno che paga per le centinaia di reati che vengono commessi
ormai da un quinquennio. E, allora, si può alzare il tiro. Anzi si deve. Non si può lasciare il
monopolio della lotta armata a quegli stalinisti delle BR; per questo frange di Lotta
Continua e di Avanguardia Operaia decidono che è ora di prendere le armi e, nella
primavera del 1976, dopo mesi di appostamenti, scelgono l’obiettivo per la loro, personale,
“prova del fuoco”. Deve sempre essere un “fascista”, perché così nessuno lo piangerà e
nessuno si darà da fare per trovare il colpevole. Ma deve essere un obiettivo “facile”,
senza pericolo. Così scelgono l’avvocato Enrico Pedenovi, consigliere provinciale del MSI,
conosciuto e stimato proprio per la sua pacatezza. Di più, Pedenovi era un abitudinario
che usciva di casa sempre alla stessa ora e leggeva il giornale in auto prima di recarsi in
studio. A chi gli consigliava di prendere delle precauzioni rispondeva: «Di cosa devo avere
paura? Io non ho fatto mai male a nessuno».
Gli apprendisti terroristi, tuttavia, prendono anche un’altra precauzione. Lo colpiranno il 29
aprile, proprio nell’anniversario della morte di Sergio Ramelli, quando tutte le vie del suo
quartiere (Città studi) saranno invase da “ronde proletarie” che vogliono impedire qualsiasi
commemorazione, offrendo così loro un’ulteriore protezione. Non ce ne sarà bisogno. Alle
7,45 una Simca verde (rubata la sera prima) affianca l’auto dell’avvocato, ne scendono
due uomini a viso scoperto che esplodono 6 colpi senza che Pedenovi possa difendersi.
Nasce così Prima Linea che da quel giorno, fino al 1983, ucciderà la bellezza di altre 20
persone tra magistrati, giornalisti e uomini delle Forze dell’Ordine.
Perché questa storia ci deve interessare ancora oggi? Semplicemente perché dimostra
come la violenza (non solo politica), se lasciata impunita, continua a crescere fino ad
avere conseguenza devastanti. Quando oggi vediamo bande di “maranza”, cortei pro-pal o
delinquenti dei centri sociali aggredire cittadini e poliziotti, oppure devastare, bruciare e
distruggere le città facendo danni per milioni senza che mai la magistratura commini una

sola condanna: ecco, allora sappiamo di essere su una cattiva china. Leggete – se volete
– che cosa dicono (anni dopo) al riguardo gli assassini stessi di Enrico Pedenovi…

Guido Giraudo – Luca Bonanno
Beatrice e Giovanna Pedenovi
ENRICO PEDENOVI: testimone di libertà
Idrovolante Edizioni, 2026, pp. 190, € 15,00
https://www.idrovolanteedizioni.com/libri/enrico-pedenovi-testimone-di-liberta/